La madre di tutte le foto (non solo astronomiche..)

Segnatevi il nome di questa stella: 1RSX J160929.1-210524
Lo so, non è molto affascinante ma prima o poi gli daranno un nome “umano”. Si tratta di una stellina simile al Sole neanche tantissimo lontano dalla Terra (500 anni luce) e molto, molto giovane (5 milioni di anni..). Non avrebbe nessuna particolarità rilevante se un suo pianeta  non fosse posizionato in modo ottimale rispetto a noi  e non fosse  grande diverse volte Giove.  Così accade che esso è apparso su una “lastra” digitale (6144×4608 pixel) ed è la prima foto di un pianeta extrasolare. Considerando che tutti gli altri (circa trecento) non erano che funzioni matematiche direi che fa una bella differenza.

Ma quello che ci interessa da vicino è la Tecnica alla base di questa foto. Lo strumento è il  Frederick  C. Gillett Gemini North Telescope situato su un altopiano ad oltre 4000 metri sull’isola di Mauna Kea nelle Hawaii. (ne esiste un gemello  che è posto sull’altopiano delle Ande, quindi i due sistemi coprono l’intera volta celeste)

Sarà il caso di fare un po’ di storia su questi strumenti.
Come è abbastanza ovvio capirlo, i grandi telescopi di oggi non sono altro che immense macchine fotografiche Digitali la cui tecnologia è parecchio lontana dalle nostre “macchinette” non solo per le dimensioni ma soprattutto per il tipo di ottiche. Nella fattispecie il cuore del sistema è un’enorme specchio (8 metri diametro..) che ha la particolarità di essere sottile è “mobile” in ogni sua piccola parte. Quando è “acceso”, il sistema emette una serie di fasci laser che vengono proiettati in cielo formando così delle stelle artificiali, lo specchio le intercetta e le ritrasmette ad una mostruosa batteria di computer che analizza la forma delle immagini. L’azione successiva (in tempo reale) muove dei martinetti posti sotto lo specchio che provocano le variazioni necessarie a deformare efficacemente  lo specchio e quindi azzerare le aberrazioni prodotte dall’atmosfera terrestre.
Questo sistema, che produce una qualità di immagine pari ai telescopi in orbita, si chiama Ottica Adattiva Bi-Coniugata.
La tecnologia ha un costo sproporzionato (tanto che gli inglesi vorrebbero fuggire..) ma ne sta venendo in soccorso una nuova che si chiama Ortogonal trasfer charge couple device. (Ariecco i nostri amati CCD…)

Detta in parole semplicissime le “stelle” artificiali di riferimento “risiedono” dentro il CCD, se le aberrazioni atmosferiche non fanno sovrapporre il “fantasma” fisico delle stelle di riferimento con quello “virtuale” scattano (in tempo reale) le correzioni. Essendo tutto l’ambaradamme via software il costo, si fa per dire, è  irrisorio.

Queste tecnologie avranno certamente delle ricadute (proprio perché di natura software) anche sui nostri giocattoli, oso solo immaginare la nitidezza delle foto fra qualche anno, magari scattate con dei fondi di bottiglia .

Al di la delle nostre chiacchiere c’è da notare che Galileo, solo perché aveva visto dei spruzzolosi satelliti intorno a Giove, per poco non lo friggono, mentre la prova certa che la Terra non è un caso, è passata fra una “partita” e l’altra come un trafiletto di riempimento di pagina..

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