La Profondità di CampoWT è una delle basi della tecnica fotografica: con molta sintesi si può definire la profondità di campo come la distanza che risulta a fuoco davanti e dietro il soggetto su cui si mette a fuoco, e che questa dipende essenzialmente dall’apertura di diaframma utilizzato e dalla lunghezza focale. Con diaframmi chiusi e ottiche corte, grandangolari, si avrà una maggior profondità di campo, al contrario con diaframmi più aperti e ottiche più lunghe, teleobiettivi, la profondità di campo diminuisce. In realtà ci sarebbe anche la distanza dal soggetto ma non complichiamoci ulteriormente la vita, almeno in questa fase.
Quello che vorrei evidenziare, in questo momento, è che con un controllo accurato della profondità di campo è possibile intervenire su alcuni aspetti molto importanti del “fare fotografia”, dal punto di vista estetico e comunicativo. Messa a fuoco e prospettiva, due elementi fondamentali per ottenere immagini anche molto diverse tra loro dello stesso soggetto. Storie molto diverse tra loro, con gli stessi interpreti.
Personalmente amo molto le immagini che sfruttano la profondità di campo per isolare il soggetto dal resto dell’immagine, aiutato magari da un’ottica mediamente lunga, tra 70 e 150 mm (per il formato 24×36) per accentuare maggiormente lo stacco tra soggetto e mondo circostante pur comprimendo i piani prospettici, che a prima vista potrebbe sembrare una contraddizione ma che non lo è.
Uno stacco che può essere solamente estetico, ma che all’occorrenza può guidare l’osservatore a concentrare la sua attenzione su alcuni particolari piuttosto che su altri.
Ho scelto un’immagine, tra le tante offerte della Gallery di TevacPhoto, che a mio avviso meglio esprime questo modo di fare fotografia. L’ho scelta per il soggetto molto difficile, una situazione cromatica che mette in risalto le difficoltà della gestione comunicativa di tecniche fotografiche anche semplici, se vogliamo.
In Green Wall di Nicolò ci sono tutti gli ottimi ingredienti per una bella fotografia. Un controluce ben dosato che esalta i contorni della foglia e allo stesso tempo, grazie anche alle trasparenze, non la riduce ad una silhouette evidenziandone le trame ed i colori.
I colori, anzi, il colore predominante è un altro elemento fondamentale di questa fotografia, e avrebbe potuto essere un problema se il controluce, una precisa messa a fuoco ed un ancor più preciso controllo della profondità di campo non isolassero la foglia in primo piano dal resto dell’immagine.
A completare l’opera, in fase di ripresa, l’utilizzo di una focale tendenzialmente lunga che accentua la già ridotta profondità di campo ma soprattutto effettua lo schiacciamento prospettico che divide nettamente l’immagine in piani ben definiti, uno schiacciamento che non appiattisce anzi, contribuisce alla profondità dell’insieme.
Fin qui parliamo di una “semplice foglia”, per quanto bellissima, una foto di sicuro effetto che qualche emozione la può regalare. Ma che succede se la stessa tecnica la volessimo utilizzare per evidenziare un’emozione, un sentimento, un urlo di rabbia?
Catturare dell’attenzione dello sguardo, come accennato prima, il nocciolo della questione è tutto qui.
Ho scelto l’immagine di Nicolò perché esalta le caratteristiche di una ridotta profondità di campo con uno sfondo difficile, praticamente monocromatico, ma è facile intuire come questa tecnica possa aiutare se si desidera concentrare l’attenzione dello sguardo su un particolare, una cosa o su una persona, in un contesto già più distinguibile.
Isolare il soggetto con una profondità di campo ridotta
Ci proviamo con la foto che segue, la mia venditrice di palloncini.
Il soggetto della fotografia è una anziana e dismessa signora, un’ambulante improvvisata per necessità, come molti anziani purtroppo nell’est europeo, che si allontana perché in lontananza sta arrivando la polizia. La foto non racconta tutto questo, e non si tratta neppure di una fotografia esteticamente accattivante come la precedente, ma tenta a modo suo di comunicare qualcosa, una situazione particolare, difficile.
Se la persona in primo piano, già in una posizione difficile per il suo “ingombro” e per il maglione di colore bianco, fosse stata a fuoco, l’immagine molto probabilmente avrebbe perso praticamente tutte le speranze di comunicare qualcosa, perché lo sguardo ne sarebbe stato inevitabilmente troppo coinvolto, distogliendo dal vero soggetto della fotografia.
La venditrice di palloncini poteva essere un manifestante che lancia una pietra in una manifestazione, o una modella che sbuca da una folla anonima. Il concetto non cambia, la stessa tecnica per emozioni diverse.
Maggior profondità di campo per offrire più informazioni
Offrire più informazioni visive, l’esatto opposto di quanto abbiamo visto fino ad ora, perché ci sono ovviamente anche casi in cui si cerca di dare una visione completa di tutti gli elementi che compongono un’immagine. Cercando un’immagine che mi aiutasse a raccontare l’uso di una maggior profondità di campo, ho trovato innumerevoli paesaggi con un qualcosa in primo piano perfettamente a fuoco da pochi centimetri all’infinito, alla fine però la mia attenzione è caduta su questi Ombrelloni di Marco (Foenispro), un’immagine costruita con giochi bilanciati di colore ed ombre, profondità dettate dall’oscurità ed una visuale prospettica molto interessante esaltata dall’utilizzo di una focale più lunga.
Quando si parla di maggior profondità di campo è inevitabile pensare ai grandangoli, queste ottiche offrono il massimo in fatto di messa a fuoco da pochi centimetri all’infinito senza dover nemmeno esagerare con la chiusura del diaframma, ma in fotografia è giusta la regola ma anche il contrario di essa, se serve a scrivere un racconto o una sensazione in un’immagine.
In questo caso lo spazio è il padrone dell’immagine, sono colori, luci e soprattutto le ombre, estensioni senza interruzioni di un’oscurità avvolgente, a trasformare un gioco prospettico e dei semplici ombrelloni in qualsiasi cosa la nostra immaginazione voglia che essi siano. Delle tuniche appese in una sacrestia, degli stendardi di un esercito sconfitto, qualsiasi cosa, anche dei semplici ombrelloni.
L’estesa profondità di campo evita qualsiasi limite al nostro sguardo, libera l’immagine dai suoi bordi ed allo stesso tempo l’immaginazione e la sensibilità dell’osservatore, tutto il resto dipende solo da questo ultimo.
In conclusione…
Non c’è e non può esservi conclusione in tutto questo, perché non si tratta di un articolo tecnico, e nemmeno di teorie della comunicazione per immagini, ma se non si fosse capito solo di un pretesto per raccontare di quanto poco ci si soffermi, a giudicare dalle tante immagini che si vedono in giro, a ragionare sulle immagini che ci si appresta a realizzare, a costruirle motivatamente al momento dello scatto, ad avere quella padronanza espressiva del mezzo che in determinate immagini riesce a fare ancora la differenza, nonostante il digitale e le sue innegabili potenzialità espressive.
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