Parliamo di James Nachtwey
30 Maggio 2008, articolo di Luca Monti
New York, 2001 - Collapse of south tower of World Trade Center.
« I have been a witness, and these pictures are my testimony. The events I have recorded should not be forgotten and must not be repeated. »
Dopo una pausa di una settimana, vista la tanta carne al fuoco messa dal nostro Rob in Tevac Photo, tanta che mi sembrava inutile sovrasaturare il portale con altro materiale riprendiamo con ancora un fotografo americano che conclude la serie di queste Letture fotografiche dedicate al mondo del reportage. Dal prossimo appuntamento ci dedicheremo al rapporto tra fotografia e illustrazione…
L’autore che presentiamo oggi è James Nachtwey.
Nato a Syracuse, NY nel 1948, e cresciuto nel Massachusetts, ha frequentato il Dartmouth College dal 1966 al 1970, dove ha studiato Storia dell’Arte e Scienze Politiche.
Le immagini delle guerra del Vietnam e delle rivolte per i diritti civili dei cittadini afroamericani hanno profondamente segnato il giovane Nachtwey, tracciadone in qualche modo il suo futuro di grande astro del fotogiornalismo. Nel 1976 il primo incarico come fotoreporter per un quotidiano locale del New Mexico.
Nel 1980 si trasferisce a New York dove inizia una collaborazione con l’agenzia Black Star che durerà fino al 1984. Il primo incarico all’estero l’otterrà solamente l’hanno successivo, dove in Irlanda “coprira” il lungo scipero della fame svolto dai mliltanti dell’IRA, reclusi nelle prigioni di Sua Maestà britannica. `Il 1985 segna l’inizio della collaborazione tra Nachtwey e il TIME. Nel 1986 viene accettato dalla Magnum, dove resterà fino al 2001, anno in cui insieme ad altri sei fotografi, Alexandra Boulat, Ron Haviv, Gary Knight, Antonin Kratochvil, Christopher Morris, darà vita alla più importante agenzia di fotogiornalismo per qualità, insieme a Magnum, l’agenzia VII.
Nel 2003 James Nachtwey è stato ferito durante l’esplosione di una granata a Baghdad ed è tornato per la prima volta in Iraq all’inizio del 2006. Nachtwey ha avuto modo di conoscere in prima persona il sistema medico militare - quell’imponente sistema che strappa la vittime dal campo di guerra, le rimette in sesto e le spedisce negli ospedali dei loro paesi natii - ed ha deciso di tornare in Iraq proprio per documentare il lavoro delle donne e degli uomini che lo rendono possibile. Dopo due mesi di raccolta di materiale in Iraq il fotografo ha visitato vari ospedali per raccontare la seconda parte della storia: il viaggio dei soldati che, tornati a casa, vengono curati e si rifanno una vita. Le foto in bianco nero di “The Sacrifice” mostrano la verità della guerra e le sue conseguenze.
« Ci sono dei momenti in Iraq, quando sangue e sofferenze hanno il sopravvento, in cui il caos straccia il già logoro velo della civilizzazione e viene alla luce la morte, implacabile »
James Nachtwey ha dedicato sé stesso a documentare guerre e conflitti sociali con uno sguardo senza pari tra i suoi contemporanei. La sua attività di fotoreporter si è svolta in numerosi paesi quali: El Salvador, Nicaragua, Guatemala, Libano, Cisgiordania (West Bank) e Gaza, Israele, Indonesia, Thailandia, India, Sri Lanka, Afghanistan, Filippine, Corea del Sud, Somalia, Sudan, Rwanda, Sudafrica, Russia, Bosnia, Cecenia, Kosovo, Romania, Brasile e Stati Uniti.
Ciò che rende degno quest’uomo di essere annoverato tra i grandi maestri dell’immagine di reportage, ciò che lo rende autore, è la chiarezza della sua visione. Capace lui solo dopo W. E. Smith di comporre grandi immagini classiche in momenti intrisi di disperazione, dolore, odio…. Lontano dalle seduzioni facili di immagini forti, sovente troppo forti, malgrado abbia ripreso le peggiori abiezioni umane del nostro tempo, non è mai ne spettatore disincantato ne testimone di parte sopraffatto dal dolore, ma rappresenta sempre uno sguardo vigile e sobrio, lontano dal sensazionalismo, capace di donare grande dignità alle storie che riprende, quando altri reporter sanno solo rubarla.
L’opera della sua vita è un grande libro nero, con una scritta rossa recante il titolo: INFERNO.
Fu uno dei miei primi libri di fotografia, dopo l’acquisto dei classici, e non nego che ci misi del tempo per guardarlo tutto, tanta la forza dei drammi raccontati al suo interno, e anche oggi sovente, quando lo riprendo in mano per guardarlo di nuovo, alcune pagine le salto a pié pari, tanto impresse sono le sensazioni delle immagini contenute nei miei ricordi.
Le foto che ho scelto per presentare questo artista sono una selezione garbata del lavoro di Nachtwey, volutamente non ho indugiato sul tema dell’orrore, come mai questo fotografo fà, anche se sarebbe possibile perdersi in immagini, le sue, che sono tra le più sconvolgenti del dopoguerra.
Afghanistan, 1996 - Mourning a brother killed by a Taliban rocket. |
Zimbabwe, 2000 - In a tuberculosis ward where the great majority of the patients suffer from AIDS. |
Bosnia, 1993 - Ethnic cleansing in Mostar. Croat militiaman fires on his Moslem neighbors. |
Rwanda, 1994 - Survivor of Hutu death camp. |
Chechnya, 1996 - Ruins of central Grozny. |
West Bank, 2000 - Palestinians fighting the Israeli army. |
Kosovo, 1999 - Deportees returned during harvest time. |
East Germany, 1990 - Pollution from a coke factory. |
Alabama, 1994 - Prisoner on the chain gang. |
Romania, 1990 - An orphanage for ” incurables”. |
![]() Northern Ireland, 1981 - Truck hijacked by Catholic demonstrators during the hunger strike of Bobby Sands. |
![]() South Africa, 1992 - Xhosa young men in rite of passage. |
Nella sua lunga carriera ha realizzati diverse mostre fotografiche, tra cui:
International Center of Photography a New York, Bibliotheque nationale de France a Parigi, Palazzo delle Esposizioni a Roma, Museum of Photographic Arts a San Diego, Culturgest a Lisbona, Circulo de Bellas Artes a Madrid, Fahey/Klein Gallery a Los Angeles, Massachusetts College of Art a Boston, Canon Gallery e la Nieuwe Kerk ad Amsterdam, Carolinum a Praga, Hasselblad Center in Svezia.
e vinto numerosi premi tra cui: il Common Wealth Award, Martin Luther King Award, Dr. Jean Mayer Global Citizenship Award, Henry Luce Award, Robert Capa Gold Medal (cinque volte), il World Press Photo Award (due volte), Magazine Photographer of the Year (sette volte), l’ International Center of Photography Infinity Award (tre volte), il Leica Award (due volte), il Bayeaux Award for War Correspondents (due volte), l’ Alfred Eisenstaedt Award, il Canon Photo essayist Award e il W. Eugene Smith Memorial Grant in Humanistic Photography.
Nel 2001 è stato realizzato un documentario sulla sua storia intitolato War Photographer. Il film è stato diretto da Christian Frei ed ha ricevuto numerosi premi, tra cui la nomination all’ Oscar come miglior documentario.
Concludiamo questo breve testo con una dedica in memoria di Alexandra Boulat 1962 - 2007, morta a Parigi il 5 ottobre.
Dal sito della agenzia VII pubblichiamo il seguente estratto:
“Alexandra’ was buried on Friday the 12th of October in the Church of Jacqueville, by the cemetery where her father Pierre is buried and near her family home.
The family would like to announce that a Foundation to continue Alexandra’s and Pierre’s legacy will be established in the coming weeks.
The Foundation will support the ideals and issues that Alexandra and Pierre were concerned with. If you would like to contribute to this Foundation please contact: boulat_foundation@viiphoto.com
The Boulat family thanks everyone for their goodwill and compassion which is of great support at this time.”
Nessun argomento correlato.




Afghanistan, 1996 - Mourning a brother killed by a Taliban rocket.
Zimbabwe, 2000 - In a tuberculosis ward where the great majority of the patients suffer from AIDS.
Bosnia, 1993 - Ethnic cleansing in Mostar. Croat militiaman fires on his Moslem neighbors.
Rwanda, 1994 - Survivor of Hutu death camp.
Chechnya, 1996 - Ruins of central Grozny.
West Bank, 2000 - Palestinians fighting the Israeli army.
Kosovo, 1999 - Deportees returned during harvest time.
East Germany, 1990 - Pollution from a coke factory.
Alabama, 1994 - Prisoner on the chain gang.
Romania, 1990 - An orphanage for ” incurables”.



















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