fotografia e Fotografia
16 Maggio 2008, articolo di Marco Bressi
Cito testualmente da un bel libro di Feininger del 1970 (Il Libro della Fotografia, Garzanti Ed.):
Nella formazione di un fotografo ci sono tre stadi. […]
Primo stadio. In questa fase il fotografo è soltanto un collezionista, un appassionato di strumenti e di aggeggi, il cui interesse si concentra sugli apparecchi, sugli obiettivi, sulla meccanica della fotografia. Possiede di solito i migliori apparecchi, i più aggiornati strumenti e una serie completa di accessori. Il fotografo che si trova in questa fase costituisce la delizia dei negozianti di articoli fotografici perchè non conserva un apparecchio più di qualche settimana o di qualche mese. Torna continuamente a cambiarlo con uno più recente, “prova” instancabilmente macchine ed obiettivi, ma non fa mai una vera fotografia.
Secondo stadio. In questa fase l’interesse del fotografo si rivolge soprattutto alla “qualità” delle copie positive. Anche questo tipo di fotografo possiede una vasta e ottima attrezzatura: ma, a differenza del precedente, se ne serve per fare fotografie. Quando fa fotografie, però, non presta la minima attenzione al soggetto. La sua ambizione è di ottenere un “positivo perfetto”. Discute appassionatamente di grana della pellicola, gradazione dei negativi, gamma, inerzia, mancanza di reciprocità e opacità; si precipita ad acquistare ogni tipo di soluzione “a grana fine” appena spunta sul mercato, sperando sempre di imbroccare quella perfetta. […]
Terzo stadio. In questa fase il fotografo è come un pittore o un romanziere animato dall’ispirazione. Non gli importa che tipo di apparecchio usa, ma la fotografia che può ottenere. Potete vedergli tra le mani una Leica modello 1932, scrostata e sconquassata, ma le sue fotografie finiscono esposte nelle sale del Museo di Arte Moderna di New York. La sua “tecnica” può essere talvolta discutibile, la sua sincerità mai. Se un fotografo sa ciò che vuole, anche se non è padrone della tecnica, troverà sempre il modo, con lo studio e con l’invenzione personale, di esprimersi chiaramente sulla pellicola e sulla carta sensibile in modo da comunicare agli altri le sue esperienze e le sue sensazioni. […] Il primo passo sulla strada del lavoro originale si compie quando ci si rende conto che un apparecchio fotografico è solo uno strumento per fare fotografie. Dimenticate il suo aspetto esterno, i suoi meccanismi di precisione, le sue cromature, il suo obiettivo scintillante; e consideratelo alla stregua - tanto per fare un esempio - di una macchina per scrivere. La macchina fotografica è per il fotografo quello che la macchina per scrivere è per il romanziere: uno strumento per esprimere delle idee. Tutti possono imparare a scrivere a macchina come tutti possono imparare a fare fotografie. A nessuno importa di conoscere la marca della macchina per scrivere di un romanziere. Nello stesso modo, perchè si dovrebbe pretendere di sapere quale apparecchio è stato usato da un fotografo? L’unica cosa che conta è se il suo lavoro è buono o cattivo, interessante o scialbo. […] La preoccupazione per gli aspetti tecnici più esteriori della fotografia è evidente nella tendenza di molti dilettanti ad attribuire importanza ai “dati tecnici”. Le riviste e gli annuari fotografici corredano religiosamente con questi dati ogni fotografia che pubblicano. […] la citazione della marca dell’apparecchio, dell’obiettivo e del film non è di nessuna utilità pratica: è soltanto una pubblicità gratuita per i loro fabbricanti. E’ commovente vedere quanta pena si danno alcuni redattori di riviste fotografiche per fornire “informazioni complete” ai loro lettori.
Si tratta, ovviamente, di frasi che fanno riflettere sul destino natio della fotografia. Alcuni potrebbero obiettare che al giorno d’oggi, rispetto a 30 anni fa, il fotografo lavora con le fotografie. Io risponderei che, sempre e comunque, le foto devono emozionare, sia che si tratti di emozione personale, sia che riescano ad emozionare un “pubblico”. Purtroppo fin troppo spesso, anche sulle riviste di fotografia, si legge soltanto di questo o di quel modello, delle caratteristiche, dei sensori, delle ottiche, tralasciando quello che è il cuore della fotografia, l’emozione e la comunicazione. Come giustamente dice Feininger, una foto tecnicamente sbagliata può emozionare molto più di una tecnicamente perfetta, e a questo proposito mi ricollego con la discussione di poco tempo fa riguardante “La foto che ti ha cambiato la vita”.
Ebbene, questa foto è un classico della fotografia, ossia la foto del bacio di Doisneau: una foto tecnicamente non perfetta, con molti elementi di disturbo, ma una foto profonda, emozionante ed emozionale, che mi ha permesso di intuire quale sia la strada da seguire. La foto in questione è un capolavoro di sentimenti, e a quel punto ci se ne frega di tutto il resto, così come è giusto che sia. Se qualcuno volesse riprodurre la stessa foto non credo potrebbe farlo, in quanto, ricollegandomi a Feininger, probabilmente dovrebbe avere lo stesso sentimento dell’artista originario; al giorno d’oggi, probabilmente, uscirebbe una foto tecnicamente perfetta ma non comunicativa.
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