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Georges Rousse e Valérie Belin a La Maison Européenne de la Photographie.

28 Aprile 2008, articolo di Luca Monti 

Georges Rousse e Valérie Belin: questa è la scelta “primaverile” dei curatori de La Maison Européenne de la photographie in mostra a Parigi dal 9 aprile all’ 8 giugno 2008.

L’arte di Georges Rousse (Parigi, 1947) è un unicum. Ancora una volta abbiamo scelto di raccontare una fotografia di confine, nel tentativo di sottolineare la radicalità del passaggio da fotografia classica (ante era digitale) all’image numerique. L’arte di Rousse è capace di unire in modo originale pittura, architettura e fotografia. Tatua lo spazio con geometrie astratte. Abita luoghi desolati con improvvise accensioni cromatiche. Un dialogo serratissimo che lega reale ed irreale. Tra anamorfosi e volumi illusori…

Attribuzioni sconsiderate lo vogliono vicino al graffitismo di Keith Haring ma soprattutto di Jean-Michel Basquiat, particolarmente per i primi lavori degli anni ottanta. Questa lettura non solo è scevra di ogni pertinenza ma non tiene in nessun conto alcuni elementi fondamentali della macchina artistica di Rousse. La complessità della azione scenica di Rousse è finalizzata all’atto della visione dell’occhio sintetico della fotocamera, come unico sguardo possibile sull’opera, un’arte prodotta per essere vista da un unico punto di vista, al di fuori del rapporto abituale tra l’opera o il fruitore. Questo unico spettatore è il centro del mondo, luogo per il quale tutto è pensato e verso il quale tutto converge: prospettiva, luce, composizione. Al contempo nel suo farsi mi sembra ritrovare molto della idea di bottega artistica, intesa nel senso della bottega italiana rinascimentale. Dove dalla singolarità dell’atto della visione di un artista si dipanava la complessità del fare di molti.

L’astrazione di Rousse è un lavorio millimetrico sulle tre dimensioni che vengono tradotte in immagine bidimensionale: fotografie. Ma queste fotografie non sono le opere, sono solo la rappresentazione delle stesso per come le ha viste quell’unico spettatore possibile, ogni immagine è una sorta di libro/catalogo sull’intero mondo di Rousse.

Di difficile interpretazione il lavoro di quest’artista corre sul filo di complessi e sottilissimi parallelismi, si anche con il “graffitismo”, ma non certo quello pop americano della New York anni ‘80, ma con le origini di quel movimento, un “graffitismo” francese e più “antico” come potrebbe essere quello di Lascaux, risalente a Paleolitico inferiore (15.000-13.000 a.C.). Il perchè di un accostamento così forte e provacatorio risiede nell’epifanica coincidenza di essere entrambi arte dell’”alba”; da un lato, primevio, abbiamo l’alba dell’espressività dell’uomo, che trova affanciandosi a ridosso dei soffitti di una grotta il primo elemento transreale di se. Nel secondo caso, siamo sembre spettatori di un’alba, il tentativo di questo artista di far transitare elementi, figurazioni espressive, modelli artistici della classicità nel nuovo linguaggio di figurazione che risulta essere l’immagine di sintesi. L’alternanza fra installazione/azione reale, anamorfismi, simulazione prospettica e l’atto sintetico del digitale, getta lo spettatore prevenuto come quello bambino nel panico. Incapace di separare le componenti linguistico-espressive di questo lavoro, s’affanna nell’intento di decifrare le pertinenze di ogni singola azione rappresenta, come se questo gesto d’autocscienza elaborasse un discorso superiore di senso, ma finendo inevitabilmente col perdersi.

Questo gesto è poca cosa e s’infrange di fronte alle realtà dell’illusione che sia finzione o rielaborazione di se o solo elaborazione. La fotografia Rousse quando d’apparenza appare è, e quando sembra essere illude.

L’astrazione di Rousse è un lavorio millimetrico sulle tre dimensioni che vengono tradotte in immagine bidimensionale che invita a meditare sull’idea di realtà e di illusione. L’artista gioca con la differenza tra fondo e superficie, dove il fondo è un preciso richiamo ad un certo immaginario fotografico contemporaneo, e la superficie è metafora dell’arte nel dipanarsi attraverso la storia.

Il lavoro di Rousse è da tempo riconosciuto ed ospitato nelle collezioni di importanti istituzioni, tra le altre il Centre Goerges Pompidou, il Louvre, il Guggenheim di New York, la De Menil Collection, il Museo Pecci di Prato.

Di tutt’altro tono è la seconda esposizione che è ospitata dalla MEP in questo periodo. Qui siamo di fronte alla “fotografia” nella sua accezione più classica e meno sperimentale.

Valèrie Belin è una giovane artista francese nata nel 1964 a Boulogne-Billancourt. Oggi vive e lavora a Parigi.

L’accostamento di questi due artisti non nego mi lascia un pò freddo, da un lato un artista di confine, che opera in modo radicale ed unico sul linguaggio dell’immagine, dall’altro questa autrice, giovane, di indubbio talento, ma di impianto ancora estremante formale ed un pochino scolastico

Bambole, computer, manichini, maschere e motori sono alcuni degli oggetti fotografati in questi grandi still life. Debbo dire che per volersi presentare come autore, la ricerca fotografica della Belin si compone di un già visto, senza particolari innovazioni o interpretazioni. Queste opere sono interessanti soprattutto per l’uso di una luce nera, cifra stilistica dell’autrice e unica cosa decisamente personale del lavoro dell’artista.
La serie dedicata, così come quella destinata al packaging delle patatine sono delle ricerche che trovo davvero mal riuscite. La prima risulta di dubbia lettura per il tema trattato, mentre la seconda ha sapore fotografico di dubbia qualità. Dove tenta qualche deriva personale, francamente là si perde… e con questo alludo alla serie dedicata agli argenti e ai vetri, che sottopone ad un inutile sforzo visivo lo spettatore nel tentativo di arrivare al parto di un proprio stile.

L’uso della tecnologia digitale nel fotoritocco di molte immagini non sembra sopperire a certe difficoltà espressive dell’artista, appare segno pieno solo in alcuni emblematici ritratti di bambole e in una serie di, sempre di ritratti, dedicata alle donne di colore. L’iperrealtà dello still-life applicato al ritratto, modo espressivo comunque assai visto, rende i lavori sui manichini-esseri umani e sugli esseri umani-manichini l’unico percorso espressivo maturo dell’artista.

Se questo fosse il portfolio di una giovane studente, non nego ne sarei entusiasto, ma francamente fatico a trovare un qualche discorso originale in questi lavori. Potrei leggerlo semplicemente alla luce di ciò che è, ma sono temi di un immaginario visivo ampiamente trattato dal moltissimi autori, con risultati davvero più interessanti.

Molto della forza espressiva del lavoro della Bélin risiede nel formato delle stampe che presenta, poichè alcune immagini riuscirebbero di pochissimo impatto se ridotte di dimensione. Le stampe di questa esposizione, se dovessi dire non mi fanno impazzire, nella sostanza ben eseguite, ma molto al di sotto delle potenzialità espressive dell’opera.

Anche l’allestimento non risulta essere dei migliori, la scelta fra pannello e cornice con vetro a favore della seconda male si adatta a stampe di queste dimensioni e penalizza fortemente i lavori di nero su nero più tipici dell’autrice. In conclusione la frammentarietà dei temi trattati, come che fosse una “antologica” ante-litteram, finisce per conferire una certa vacuità all’esposizione, vacuità frammista a vanagloria sciovinista. C’è una indubbia potenzialità in tanto lavoro, che se facesse parte di un discorso di più ampio respiro contribuirebbe a costituirne puntello, se non fondamenta; al momento aspettiamo, cosa questa autrice saprà elaborare, con molto interesse, ma attualmente a nostro avviso non è ancora pronta per un progetto espositivo così ambizioso.

Maison Européenne de la Photogaphie5/7 rue de Fourcy - 75004 Paris
Telefono: (33) 1 44 78 75 00

Aperta tutti i giorni dalle 11 alle 20 salvo il lunedì e il marted e tutti i giorni festivi.

ingresso gratuito il mercoledì dalle 17 alle 20.

Ecco i link al sito della MEP e a quelli degli autori: Georges Rousse e Valérie Belin.

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